6) Hobbes. La ragione  la misura.
Secondo Hobbes la ragione  la misura, lo sviluppo della scienza 
la via, il benessere dell'umanit  lo scopo.
Th. Hobbes, Leviatano, primo, capitolo quinto (pagine 159-160).

Per concludere, la luce della mente umana sta nelle parole chiare,
gi individuate in base a delle esatte definizioni e liberate da
ogni ambiguit; la ragione  la misura, lo sviluppo della scienza
la via, e il benessere dell'umanit lo scopo. E, al contrario, le
metafore e le parole ambigue e prive di significato sono come
fuochi fatui, e il ragionare su di esse  un errare fra
innumerevoli assurdit, e la loro conclusione discussioni e
sedizioni, o disprezzo.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagina 447.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/3.
Capitolo Sette.
7) Hobbes. Bene e male.
Hobbes considera come bene e male i diversi tipi di appetiti. Essi
non hanno nessun valore assoluto, ma solo soggettivo,
dell'individuo o dello Stato. Quando il movimento dagli oggetti
esterni arriva al cuore, esso produce appetiti su cui si fonda il
giudizio soggettivo di bene e di male.
Th. Hobbes, Leviatano, primo, capitolo sesto.

Ma qualunque sia l'oggetto dell'appetito o desiderio di un uomo,
questi lo chiamer per conto suo bene e l'oggetto del suo odio e
della sua avversione male; mentre l'oggetto del disprezzo sar
chiamato da lui vile e non degno di considerazione. Infatti queste
parole: bene, male e spregevole, sono sempre usate in relazione
alla persona che le usa, non essendoci niente che sia tale in se
stesso e in senso assoluto e nemmeno una comune regola del bene e
del  male che si possa ricavare dalla natura stessa delle cose;
una regola del genere deriva solo dall'individuo stesso l dove
non esiste Stato, o, se c' invece uno Stato costituito, essa
deriva dalla persona che lo rappresenta, o da un arbitro o giudice
che gli uomini in disaccordo consentiranno a istituire, decidendo
di innalzare la sua decisione a regola del bene e del male.
La lingua latina ha due parole il cui significato si avvicina a
quello di bene e di male, ma non vi corrispondono del tutto: esse
sono pulchrum e turpe. La prima di queste due parole significa ci
che attraverso certi segni esteriori promette il bene, l'altra ci
che promette il male. Ma nella nostra lingua noi non abbiamo
simili nomi di carattere generale per esprimere queste cose. Noi
invece al posto di pulchrum diciamo riguardo a certe cose fair,
riguardo ad altre beautiful, handsome o galant, oppure honorable,
o comely, o amiable; e al posto di turpe, foul, deformed, ugly,
base, nauseous, e simili epressioni, come richiede l'oggetto;
tutte queste parole, nel proprio posto, significano nient'altro
che l' aspetto, o il modo di apparire, che promette bene o male.
Cosicch ci sono due specie di bene: il bene della promessa, cio
il pulchrum, il bene nell'effetto come il fine desiderato, che 
chiamato jucundum, gradevole, e il bene come insieme di mezzi, che
viene definito come utile, giovevole; altrettante sono le specie
del male: infatti il male nella promessa  ci che si chiama
turpe, il male nell'effetto e nel fine  il molestum, spiacevole,
fastidioso, e il male nei mezzi, non conducente al fine, non
conveniente, dannoso.
E come nella sensazione ci che  realmente in noi  (come ho
detto pi sopra) soltanto movimento causato dall'azione degli
oggetti esterni, ma all'apparenza per la vista  luce e colore,
per l'udito  suono, per l'olfatto  odore, eccetera; cos quando
l'azione dello stesso oggetto va dagli occhi, dalle orecchie, e
dagli altri organi fino al cuore, il reale effetto di ci non 
altro che movimento, un tendere, che consiste in un desiderio o
avversione verso l'oggetto che produce quel movimento.
Questo movimento che  chiamato appetito e per il modo in cui si
manifesta gioia e piacere sembra un rafforzamento del moto vitale
e un aiuto ad esso; e per conseguenza quelle cose che producevano
piacere venivano chiamate, e non impropriamente, jucunda, a
juvando, dal fatto che giovano e fortificano, e le opposte
molesta, dannose dal fatto che ostacolano e disturbano il moto
vitale.
Il piacere quindi, o gioia,  l'apparire del bene, la sensazione
di questo, e la molestia, o dispiacere  l'apparire del male, la
sensazione di esso. Di conseguenza ogni appetito, desiderio, e
amore  accompagnato da un certo piacere, pari o meno grande; e
ogni odio o avversione da dispiacere e dolore pi o meno grande.
Dei piaceri, o gioie, alcuni derivano dalla sensazione di un
oggetto presente, e possono essere chiamati piaceri del senso, la
parola sensuale, cos come essa  usata da coloro soltanto che
condannano i piaceri del senso, non avendo significato fino a
quando non esistano delle leggi. Di questa specie sono il fatto
del riempire o del liberare il corpo, come anche tutto ci che 
gradito alla vista, all'udito, all'odorato, al palato e al tatto.
Gli altri derivano dall'attesa che si fonda sulla previsione del
fine, o della conseguenza delle cose, sia che poi queste cose
nella sensazione piacciano sia che dispiacciano. Questi sono
piaceri della mente di colui che ricava tali conseguenze, e sono
generalmente chiamati gioie. Allo stesso modo i dispiaceri sono
alcuni del senso, e sono chiamati pene, gli altri consistono
nell'attesa di certe conseguenze e sono chiamati dolori.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 449-450.
